Fatti non foste a viver come bruti ma per seguire virtute e conoscenza.
E dunque la mia parola, se la riferisco alla scuola, in questa città, non può che essere “virtù”. Sommata a conoscenza. Non voglio parlare della virtù e delle conoscenze da trasferire ai nostri ragazzi oggi. Mi pare che le idee le abbiamo chiare, noi che nelle scuole ci viviamo. Lo avete visto in questi ultimi anni: siamo vivi e siamo arrabbiati. Meno chiara è per noi l’idea che ha, della virtù e della conoscenza, come della scuola, chi ne è fuori genitori e classi dirigenti, o chi la scuola dovrebbe guidarla e governarla.
Altrove, parlo degli Stati Uniti, dell’Inghilterra, le decisioni inerenti le scuole le prendono i capi dei governi: perché sono le scuole a “dettare la linea” delle nazioni. Così sta tentando di fare Obama, così si fa in Cina, in India, così fece Lula in Brasile…parliamo dei colossi mondiali del “miracolo della crescita”. Così fece anche la Thatcher, anche se fece un mezzo disastro, la scuola dei test e dei tagli per intenderci, che la Gelmini insegue, quella che ha cresciuto gli adolescenti inglesi di oggi, che qualche analisi approfondita dovrebbero meritarla, giusto per mettere in collegamento l’importanza delle politiche scolastiche e lo sviluppo civile di un popolo.
Da noi sono stati i contabili della finanza fallimentare ad occuparsi, male, di scuola, non certo i premier, né, hanno affidato un settore cruciale per lo sviluppo come l’educazione e l’istruzione dei nostri bambini e delle nostre bambine a paladini del tesoro del sapere.
Alcuni, anche tu Matteo, dite che le scuole sono per i ragazzi, non per gli insegnanti. Vero. Come la giustizia è per il cittadino e non per i giudici. Sta di fatto però che a impartire istruzione e giustizia ci stanno insegnanti e giudici e dunque curiamo innanzi tutto loro, se vogliamo curare alunni e cittadini. Ascoltiamoli. Senza essere corporativi ma mettendoli nelle condizioni di fare al meglio il loro mestiere. Specie al Sud. Dove i ritardi sono maggiori e minori gli investimenti, dove esiste, a Modica, una classe di 52 alunni che fanno lezione in un corridoio. O a Piazza Armerina dove stanno in 3 in un banco e non possono fare i compiti in classe. Giusto per parlar di qualità dei saperi...Non prendeteci per il sedere allora nelle simulazioni di evacuazione dalle scuole. Una mania burocratica per la sicurezza in astratto, sganciata dalla realtà e degna di Kafka.
E non raccontatemi neppure delle visite di egregi protagonisti che ci raccontano la lotta per la legalità. La legalità è quella che noi oltraggiamo lavorando in scuole illegali, perché se realmente ci fosse una calamità i nostri figli e i loro insegnanti sarebbero schiacciati.
Le scuole determinano la storia delle nazioni e sono il nodo del vivere sociale oggi. E allora mi piacerebbe raccontarvi di ciò che stanno facendo in India, di un progetto che è già pronto per il 2023 e che prevede investimenti per 135 miliardi nella scuola e la costruzione di 30.000 scuole. 30.000 scuole!! O del programma per rifare le città partendo dal miglioramento della qualità della vita collettiva. In India i progetti urbani hanno questo obiettivo: la crescita equilibrata dello sviluppo e lo sviluppo lo legano alle scuole, finanziandole e costruendole. In India!! Non in Italia! La patria del sapere, dei Comuni e delle Corti.
Noi scuole non ne costruiamo più: le facciamo crollare in testa ai ragazzini, com’è successo con un cornicione lo scorso maggio, caduto in fronte a una bimba siciliana. Se non fosse tragico come fatto in sé, sarebbe metaforico come significato.
Ho iniziato con Dante e continuo con Leon Battista Alberti , che ha progettato la bella facciata di Santa Maria Novella.Per lui un edificio deve essere.. Bello, utile, solido.
Venustas, firmitas, utilitas
Ecco, così è il mio progetto per la scuola. Una scuola che trasferisca competenze utili, conoscenze solide, saperi belli. L’una cosa non cammina senza l’altra. Così nasce la virtù, così rinasce l’Italia. Altro che crisi. La crisi è l'esito del disastro e il disastro è averlo dimenticato. L'Uomo nel suo intero supera e comprende l'Uomo Economico. Questo insegniamo nelle scuole.
30.000 scuole costruiranno in India, ne
basterebbero 2.000 di scuole nuove in Italia per cambiare il corso della storia del nostro paese. Nuove non solo negli arredi o nelle strutture ma anche nelle premesse e nelle attenzioni che dedichiamo ad esse.
Prima proposta: Chiedo alla classe dirigente del mio partito che si impegni in un piano straordinario per costruire 2.000 scuole. Scuole solide, belle e utili. Per tirar su cittadini belli, solidi e utili a sè e agli altri. La scuola serve a trovar lavoro? Anche. Ma non solo. L’istruzione in Italia ha un valore sociale, per questo è interesse di tutti. Deve istruire cittadini, talenti che servano al paese, non a se stessi. Come in un antica bottega per un Nuovo Rinascimento. Perché le opere del Rinascimento non sono più di chi le ha fatte, ma di noi tutti. Dove si formano oggi i cittadini del nostro nuovo Umanesimo? In quali scuole, con quali saperi, con quali competenze? Oggi la distruzione delle scuole, le loro strutture cadenti sono il segno visibile e doloroso di una disgregazone sociale e politica che spinge le città e le persone sull’orlo della distruzione, della regressione umana oltre che economica.
Lo vediamo ..no? Quelle muffe sulle pareti sono il segno delle divisioni e degli odi, non delle inclusioni e delle solidarietà. Recano il segno di provvedimenti caratterizzati dall’intolleranza e dal mancato rispetto dei diritti.
Seconda proposta: “Valutazione e merito”. Ce lo chiedono i genitori e ce lo chiedono tutti. Eppure ne sanno meno che nulla. L’Italia, le sue menti, il suo talento, esigono altri modelli valutativi. Che valutino i processi ( e dunque le infinite capacità di progredire dell’intelletto delle ragazze e dei ragazzi italiani), cioè i progessi, cioè il valore effettivo del lavoro di un insegnante sul materiale complessissimo che si trova sotto le mani, piuttosto che gli esiti degli apprendimenti, come accade oggi con le prove INVALSI.
Leonardo da Vinci, Michelangelo, Raffaello e tanti altri talenti che creano l’identità degli italiani sarebbero bocciati nelle prove invalsi e non esisterebbero affatto. Chiediamoci perché. L’Italia e la sua cultura, umanistica o scientifica che sia, è basata su molti più indici di conoscenza, competenza e abilità, di quanti una prova quantitativa sul modello di quei test possa valutare. E allora cambiamo il modello valutativo, si valutino le qualità e i progessi della persona e non le mere quantità di piccoli esiti. Esistono questi modelli, altrove li applicano e vi assicuro che valutano di più e non di meno.
Ecco cosa chiedo:
valutiamo di più e meglio, non di meno, perché i nostri ragazzi valgono di più. Valutiamone i progressi per tarare meglio il nostro mestiere di insegnanti. Si chiama “indice di sviluppo umano”. Valutando il progresso che compie ogni ragazzo è messo in competizione con i suoi miglioramenti e spinto a fare di più: mette in gioco se stesso e la sua persona, non le sue frustrazioni. Cresce lui e, di conseguenza, tutti noi. Questo è il merito. Un premio alla persona, non una crocetta nel test.
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Terza proposta: obiettivo annullamento dei divari dei livelli cognitivi. L’Italia è divisa in due non solo economicamente ma anche nei risultati scolastici dei ragazzi. E allora, per annullare quei divari, che influiscono sui dati generali globali del paese, diamo di più, scolasticamente parlando, a chi ha di meno. Diamo più scuole e più ore di scuola al sud. Là dove le scuole cadono e il tempo pieno non esiste. Diamo istruzione di qualità non badantato. Affinchè i nostri giovani al meridione, siano in grado non di cercare lavoro ma di crearlo.
La questione meridionale oggi si combatte sul piano dei saperi. 57 maestri assunti in provincia di Brescia quest’anno: nemmeno uno da tre anni in Sicilia. La terra di Falcone, di Borsellino e di Sciascia. La Sicilia non vale un maestro? Quando invece la scuola sarebbe il luogo dell’uguaglianza di tutti i bambini, del nord come del sud, della tolleranza del diverso e della considerazione per tutti. Quando la sfida dei saperi sarà la vera sfida che aspetta i nostri figli da adesso a dieci anni.
Dobbiamo ritessere la trama della convivenza sociale italiana e della sua vera Unità ricostruendo le scuole: realmente e simbolicamente; aggiustando gli edifici, con i fondi per la riqualificazione delle aree urbane. E aggiustando anche gli insegnanti, nel loro bene attenzione, attraverso coraggiosi piani di “riqualificazione metodologica”, anche a prezzo di dolorosi sacrifici individuali e battendo le resistenze: così com’è non va, ma nemmeno com’era prima della Gelmini andava.
Quarta proposta: la questione dei linguaggi. Il linguaggio digitale. Per trasferire conoscenza, cultura e tradizione bisogna parlare la stessa lingua. Noi da tempo non la parliamo più la lingua dei nostri figli. I nativi digitali. O perché siamo vecchi di età, e lo siamo, o perché siamo vecchi nei modi. Rivoluzione digitale non vuol dire il mero utilizzo delle tecnologie ma pensare in digitale, parlare in digitale. E' l'oggi, inutile negarlo o esorcizzarlo. Le lingue straniere:
introdurre l'insegnamento della lingua inglese nelle scuole materne, da 0 a 6 anni. Affidata a docenti di madrelingua. Non raccontiamoci fesserie. E' in quell'età che il bambino impara una lingua e la impara subito.
Quinta proposta: in pensione a 67 anni? L'insegnamento è un lavoro altamente usurante. Studi medici rilevano un'incidenza di patologie psichiatriche pari al triplo che in altre categorie di lavoro. Inoltre: abbiamo la classe docente più anziana al mondo. Non va bene. E allora avanzo una proposta e chiedo parere ai miei colleghi: e se rimanessimo in classe fino a 55 anni? A meno che non volessimo starci di più e su base volontaria. E dai 55 anni ai 67, o anche ai 68, 70, per chi lo volesse, avere altre funzioni insopprimibili legate alla didattica, alla formazione, all'organizzazione, al recupero degli ultimi e al potenziamento dei primi, al tutoraggio...funzioni professionali previste in altri paesi e da noi inesistenti? I primi a beneficiarne sarebbero gli allievi. I secondi noi docenti e, infine, le casse dello Stato. Io ci rimarrei a scuola davvero fino alla fine, a quelle condizioni...non so voi.
Insegnare in modo moderno ma nel segno della tradizione, della virtù oltre che dei saperi, per potenziare i mille talenti e le diverse competenze di cui sarebbero capaci i nostri nuovi Leonardo da Vinci, i nostri Raffaello, i nostri Lorenzo De Medici. Perché il primato del sociale, e non dobbiamo mai dimenticarcelo il sociale, si riafferma a partire dal primato della virtù e non c’è virtù senza conoscenza e non c’è conoscenza senza Scuola.
Mila Spicola
28 ottobre 2011
Questa di sopra era la traccia dei miei 5 minuti alla Stazione Leopolda di Firenze.
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